LA GRANDE GUERRA

Il 10 gennaio 1904, a Ceneda, viene fondato “Il buon senso”, il precursore de L’Azione, un'unica pagina, che avrà però vita breve: un solo anno e mezzo. Ma l’esperienza lascia il segno. Il 5 dicembre del 1914, per volontà del vescovo Rodolfo Caròli e di un gruppo di laici impegnati, esce il primo numero de L’Azione, una tiratura di 6000 copie, un sottotitolo che spiega il programma: “Dio, Patria, Popolo”.
Ma all’orizzonte si profilano tempi bui. E’ il periodo che precede e quindi sancisce l’entrata in guerra dell’Italia; le difficoltà economiche sono per tutti, manca perfino la carta. Il giornale si vede costretto a chiudere alla fine del 1915. Riaprirà solo nella seconda metà del 1920.
Che cosa era accaduto in quel lustro e nella frazione di tempo che precedette l’avvento del Fascismo? Sappiamo che gli egoismi nazionali costituiscono un pericolo per i già precari equilibri politici degli Stati europei e i Balcani contribuiscono a soffiare sul fuoco dei contrasti fra le varie potenze del Vecchio Mondo. A Sarajevo, nel giugno del ’14, l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, decreta lo scoppio della prima guerra mondiale, un conflitto multinazionale che vedrà come scenari di scontri durissimi le nostre terre: Carso, Isonzo, Monte Grappa, Piave, Vittorio Veneto. Nomi che continuano ad avere un impatto emozionante nella memoria di ognuno. Il nostro fiume diventerà “sacro alla patria”, ma intanto è soprattutto luogo di sangue e morte. L’Isola dei Morti, a Moriago della Battaglia, con le sue migliaia di caduti dei giorni dell’epilogo, diventerà simbolo emblematico della tragedia. E’ proprio sul Piave che l’esercito italiano riesce a respingere l’avanzata austro-tedesca; è nei paesi e nelle campagne attorno ad esso che le popolazioni soffrono drammi immani: esilii forzati, violenze, rovina, fame. Masse umane allo sbando che, alla fine del conflitto, dovranno ricostruire un paesaggio completamente mutato.
Intanto la carta geopolitica del Continente viene ridisegnata; in Italia la grave scarsità alimentare, le malattie e la precarietà lavorativa, sulle quali gravano pesanti debiti di guerra, generano depressioni collettive e inquietanti tensioni sociali ed ideologiche. Il mito della vittoria mutilata e della patria tradita, che segue le disillusioni per le mancate promesse fatte durante la guerra, alimenta un malessere già decisivo. In questo clima di incertezza e disorientamento avrà carta facile e vincente Benito Mussolini.